La Toscana al cinema
Il Comune di Signa e il Gruppo Trekking Signa organizzano la rassegna cinematografica dal titolo "La Toscana al cinema", a cura di Andrea Baldinotti e Daniele Morandi. Le proiezioni si effettuano ogni mercoledì alle ore 21:15 ad ingresso libero e gratuito presso la Sala Blu del centro culturale "Boncompagno da Signa", in Via degli Alberti 11 a Signa.
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Mer 19/11/2025
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Mer 26/11/2025
Scenografie per mille e una storia
C'è una Toscana antica, antichissima nel cinema italiano. Una regione dalla bellezza remota capace di restituire l'immagine ancestrale della civiltà greca, sinonimo di un vivere dominato dalla ragione e da canoni di immutabile perfezione, semplicemente attraverso le geometriche proporzioni del candido sipario architettonico delle mura del Camposanto di Pisa.
La terra della ragione, la Corinto dove si consuma il destino della Medea pasoliniana s'affaccia così su Piazza dei Miracoli, contraltare assoluto delle selvagge terre di Cappadocia dove, nel 1969, è stata effettuata la maggior parte delle riprese del film.
Le suggestioni di un passato arcaico e lontano che grava ancora come una maledizione sul presente sono fatte proprie anche da Luchino Visconti che in Vaghe stelle dell'orsa (1965) trasporta in Toscana una torpida vicenda d'amor fraterno sorvegliata dagli sguardi insondabili delle sculture etrusche e d'una città, Volterra, destinata, come il sentimento che lega i due protagonisti, a soccombere alle ingiurie del tempo e degli uomini.
Ideato da Alice Rohrwacher come il terzo e ultimo capitolo di una trilogia iniziata con Le meraviglie nel 2014 e proseguita con Lazzaro felice nel 2018, La chimera (2023) torna a investigare di nuovo il nostro rapporto con il passato. Ed è ancora il misterioso universo degli etruschi, con l'attrazione esercitata sul destino dei personaggi del film dal sottile confine che separa la sfera dell'umano da quella dell'aldilà, a fare da perno ad una vicenda in cui la storia si confonde con la fantasia oscura di miti intramontabili.
Perché la Storia, quella con la S maiuscola, ha fatto da sempre, della nostra regione, cinematograficamente parlando, una sorta di felice terra di conquista fin dai tempi del muto se non proprio dagli albori della settima arte. Tutti si ricordano della Firenze rinascimentale reinventata da Henry King negli studi di Rifredi per Romola (1924), protagonista Lilian Gish, o degli sfondi – ma siamo ormai sulla metà del secolo in pieno clima neorealista – cercati da Roberto Rossellini a Sovana per il suo Francesco Giullare di Dio (1950).
Parlando di Medioevo, è difficile comunque trovare nel cinema italiano un film che, ambientato in quell'arco temporale, non offra almeno qualche scorcio delle torri di San Gimignano. Franco Zeffirelli ne utilizza il profilo frastagliato per il suo Fratello Sole sorella Luna (1972), lasciando poi al cortile interno della rocca di Montalcino il compito d'ospitare la piazza d'Assisi in una delle scene più importanti del film.
Ogni epoca cinematografica ha i suoi luoghi sacri: il centro di Pienza, Montepulciano (non ancora infestata dai vampiri), piazza Duomo a Firenze (magari evitando d'inquadrare dissennatamente la facciata ottocentesca di Santa Maria del Fiore), i giardini di Villa Bellosguardo e di Villa Schifanoia, sono fra questi.
Ettore Scola ne L'Arcidiavolo (1966) li usa praticamente tutti, proponendo una sorta di vera e propria summa visiva del tempo di Lorenzo il Magnifico con i suoi costumi sfarzosi e gli allegri divertimenti d'una Firenze che trabocca, ad ogni angolo, del suo “chi vuol esser lieto sia, del doman non v'è certezza”.
L'eleganza dei giardini fiorentini è stata d'altronde ampiamente utilizzata sullo schermo. A volte solo come sipario idillico per vicende romantiche, altre volte – come nel caso dei film storici – quale amplificatore visivo d'un passato ormai mitizzato attraverso i grandi maestri della storia dell'arte.
Ne Il giovane favoloso (2014) di Mario Martone i viali alberati di Palazzo Pitti sono chiamati invece a restituire il clima di latente malinconia in cui si svolge la vicenda legata al soggiorno fiorentino di Giacomo Leopardi scandito dai suoi difficili rapporti con i membri del Gabinetto Vieusseux e l'amore non corrisposto per Fanny Targioni Tozzetti. Una Firenze illuminista, ma poco illuminata e quasi ostile nei confronti del poeta di Recanati.
L'altra faccia d'una città che, sul finire del secolo, si sarebbe invece rivelata sotto tutt'altro segno: quello di patria elettiva d'una larga massa di stranieri che, sulla scorta del rinnovato mito dantesco, sognava d'immergersi nuovamente in un clima da Dolce stil novo o da Giostra del Poliziano. E' la Firenze di Camera con vista (1985) di James Ivory, splendidamente fotografata assieme ai suoi dintorni da Tony-Pierce Roberts.
Non è però tutto oro quel che luccica. E non sembri improprio il paragone. In Una vita difficile (1961) – capolavoro indiscusso di Dino Risi assieme a Il sorpasso di due anni più tardi – la Viareggio solare e luminosa còlta sulla soglia degli anni ruggenti del boom economico è il palcoscenico perfetto per una delle migliori interpretazioni di Sordi, ex partigiano che non si riconosce più nei valori effimeri d'una società che ha scelto di scordare ogni valore etico in nome d'un rapido e feroce profitto, finendo col calpestare la dignità di chi vi s'oppone con umana testarda coerenza.
Stagioni dove la libertà faticosamente conquistata al termine d'un sanguinoso conflitto, diventa solo il pretesto per spregiudicate quanto inutili scorribande, dove il prossimo diventa non interlocutore, ma solo una vittima dell'inutile goliardia d'un mondo fatuo.
Il Bruno Cortona di Gassman ne è ancora oggi l'emblema impareggiabile. Arrogante sfrontato cinico e vuoto, il suo personaggio vede il modo alla stregua d'un regno personale dove tutto sembra essergli permesso.
E' la stessa prigione, fatta di sbarre invisibili, da cui cercano di fuggire, ma con ben altro spirito le protagoniste de La Pazza gioia di Paolo Virzì (2016): nuove Thelma e Louise che sulle strade di casa nostra rubano una scheggia di libertà in fondo al baratro del loro disagio mentale.
Sotto quest'aspetto anche la Toscana ha il suo lato oscuro. Ben prima che Thomas Harris consegnasse a Ridley Scott lo sfondo urbano per l'avventura italiana di Hannibal Lecter, Brian De Palma aveva scelto Firenze per uno dei suoi “gialli” più famosi: Obsession – Complesso di colpa (1986) dove il tema della follia e quello del doppio – più tardi magnificamente ripreso anche in Vestito per uccidere (1980) – ha come perno narrativo la cupa solennità della basilica di San Miniato al Monte.
Un effetto straniante, che altera, nel nostro immaginario, il clima di quieta serenità cui sembrano indulgere da sempre le strade e i borghi della nostra regione. Ne abbiamo un' ulteriore riprova in Piazza delle cinque lune (2003) di Renzo Martinelli dove stavolta, a farla da padrone sono i colori luminosi del centro di Siena e della sua campagna circostante trasformate in una metaforica scacchiera sulla quale prendono posto i pezzi d'una complessa partita giocata da spie e servizi segreti (come sempre deviati).
Infine, a suggello della rassegna, una delle storie più affascinanti che Andrej Tarkowski ha voluto lasciare in eredità al nostro immaginario di spettatori.
Girato nel 1983, Nostalghia – dai termini greci nostos: ritorno e algos: dolore – racconta il sofferto riappropriarsi della propria anima da parte del protagonista, un poeta russo in esilio interpretato da Erland Josephson che si trova in Italia per scrivere la biografia di un compositore russo del XVIII secolo. Il suo lungo peregrinare lo porta a toccare anche due luoghi magici del territorio senese: la piscina termale di Bagno Vignoni e l'abbazia di San Galgano dove il viaggio si conclude, sfociando in una profonda riflessione sulla memoria, e insieme sul tempo della propria vita interiore.
Andrea Baldinotti e Daniele Morandi
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